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03 luglio 2006

WTO: liberalizzazione dei mercati a rischio

Il WTO, World Trade Organization, figlio di quelle strategie di globalizzazione dei mercati sottoscritte nell'accordo di Doha del 2001, rischia l'involuzione e la disgregazione di fronte alla barriera dei dazi sull'importazione imposta sui prodotti agricoli da parte dei Mercati occidentali. Un problema, quello dei dazi, che ha sempre caratterizzato le politiche di blocco contro i Mercati emergenti e che ora rischia di far collassare l'intera base su cui poggiano i principi del WTO. Esistono ancora vie di fuga?

Le barriere innalzate contro l'import di prodotti agricoli destinati ai Mercati occidentali è il punto di scontro su cui si stanno confrontando da giorni i Grandi 20 (i Grandi Paesi dei Mercati emergenti) del WTO. "Il tempo a disposizione sta scadendo" - dice Pascal Lemy, Direttore Generale WTO - "Questa potrebbe essere l'ultima possibilità che abbiamo a disposizione per salvare cinque anni di lunghe trattative". Ginevra, così, rappresenta l'ultima spiaggia per un'intesa che ad oggi non sembra più tanto sicura, perché prima di tutto i Paesi più influenti vogliono delle garanzie a tutela degli interessi dei propri Mercati nazionali, garanzie che collidono con le esigenze di espansione dei Mercati emergenti e che generano pericolose prese di posizione aprioristiche. Il Corriere della Sera riporta un'affermazione del Ministro per le Politiche Agricole, Paolo De Castro, che è esemplifica la gravità del momento: "Qui ci giochiamo dieci finanziarie e altri Paesi, cme quelli nordeuropei, in proporzione si troverebbero a rinunciare a molto di più". L'Agricoltura, da sempre, rappresenta la porta d'accesso alle infrastrutture e servizi dei Paesi obiettivo delle politiche commerciali dei Paesi investitori. Il fatto che i Mercati emergenti siano oggi gli investitori e i Mercati occidentali gli obiettivi delle loro strategie commerciali, ha forzato una reazione naturale da parte dei Paesi interni all'Unione sullo scenario più sensibile e meglio connesso alle "nervature" politico-sociali dei Paesi investitori. Che il WTO abbia un ruolo fondamentale nel presente/futuro dell'economia globale è fuori discussione, come anche il fatto che l'organizzazione tenda a favorire i Paesi in area asiatica, fulcro di ciò che viene definito "primo mercato emergente". Non a caso l'India è uno dei catalizzatori di business più importante degli ultimi anni per il ruolo interno al WTO e, soprattutto, quale ponte tra le Realtà più importanti dei Mercati asiatici: ponte naturale con il Sud-est asiatico e la Cina, prima forza emergente.

Il caso di studio, Vietnam - USA:

Le barriere dei dazi e, in generale, delle imposte pro-contro determinate importazioni sono l'unica vera arma a disposizione dei Governi che si sentano in qualche modo minacciati dall'invasività commerciale di un Paese concorrente. Le politiche commerciali della Cina sono un esempio di quanto un Paese possa essere invasivo su Mercati non preparati al confronto (sottovalutato?). Lasciando da parte il discorso sui prodotti cinesi e le importazioni "incontrollate" del biennio 2004-2005, mi sposto su un Paese poco considerato da chi scrive e parla di Mercati emergenti che invece, secondo me, costituisce una delle chiavi di lettura per la comprensione dell'interdipendenza che lega gli opposti Occidente/Oriente e che non può prescindere dalla globalizzazione dei Mercati, basate, appunto, sul concetto di "liberalizzazione".

Il Vietnam è il ponte "silente" che permette agli USA d'interfacciarsi con i Mercati asiatici, con l'obiettivo dichiarato di ottimizzare l'interazione con la Prima Potenza asiatica e la probabile futura Prima potenza mondiale, la Cina. Dopo anni di chiusure, rivendicazioni, vendette, tra i due Paesi, il Vietnam è cambiato. O meglio, sta cambiando. I cambiamenti sono ancora in corso d’opera e non è possibile quantificare ora i tempi necessari affinché si riesca ad intervenire con successo definitivo in tutti i settori nevralgici del Paese, questo perché il Partito Comunista vietnamita (CPV) rimane la forza politica dominante del Vietnam, sebbene negli ultimi tempi siano cambiate diverse cose nel tessuto sociale-economico del Paese al punto che il Governo stesso, presa coscienza delle nuove tendenze, ha avviato un cambiamento progressivo delle Regole e delle Leggi considerate, solo sette anni fa, come fondamenta solide ed inattaccabili di un modello politico dichiaratamente Cina-amico. Promotori sorprendenti di questo cambiamento sono il Comitato Popolare e il Partito Comunista. Scopo primario di questo cambiamento è quello di permettere anche a persone esterne al Partito di ricoprire le cariche del potere (amministrativo, legale ed economico), aprendo Carriere anche ai Civili di più basso livello. Il che apre le porte a una complessa catena di eventi già avviata tre anni fa che si riflette nelle strategie politiche-economiche-commerciali a livello internazionale. Il Vietnam sta ridisegnando la propria immagine portandola nel XXI secolo, senza per questo tagliare i ponti con le tradizioni e la storia del suo popolo, il che rende questo Paese unico nel suo genere.

Oggi lo scontro sul "mercato dei gamberetti" e il blocco delle importazioni vietnamite sul mercato statunitense è un ricordo di strategie che non appartengono più a nessuno dei due Paesi. Accadeva un'era fa, oppure erano solo un paio di anni? Il riassunto: India e Vietnam sono forti esportatori di prodotti “pesca” come i Gamberetti, al punto che gli USA hanno dovuto rafforzare i Dazi, nei limiti WTO, per frenare l’invasione asiatica via India, veicolo del Vietnam in attesa di conferme al WTO. In altri termini? L'India appoggiava, appoggia, la candidatura del Vietnam e lo faceva/fa attivamente interagendo con quei Paesi che potevano/possono essere fondamentali per il conseguimento dell'obiettivo. Il processo che sta portando il Vietnam a relazionarsi con il suo antico nemico, abbattendo e passando sopra "faide ataviche" è alla base dei cambianenti che coinvolgono il Paese tutto, a più livelli. Cambiamenti necessari per attirare interessi e investimenti occidentali necessari per "fare il salto" e rinforzare di fatto l'asse che punta diretto al Mercato cinese: l'asse India-SudEstAsiatico.

C'è però un punto da chiarire: il Vietnam non è la Cina. Ne segue l’onda, ne è in parte “ausiliario”, ma persegue obiettivi che, ad un’analisi approfondita, sono diversi e diversificati al fine da crearsi le basi per poter raggiungere e superare il “punto di non ritorno” che separa l’area comunista da quella capitalista. Il Governo, il Partito, il Ministero degli Esteri, il Paese tutto sta spingendo per creare un ambiente competitivo che attragga investimenti esteri dalle Garandi Aziende occidentali, non da ultime da quelle degli Stati Uniti, che già nel 2005 erano pronti a “sbarcare” con uno dei nuovi modelli capitalistici dell’ultima generazione: la piattaforma iPod. Per cui, si al "Vietnam come ponte per la Cina", no al "Vietnam come colonia del Mercato cinese".

"Vietnam come ponte per la Cina" e come riferimento importante nei Mercati del Sud-Est asiatico, sono gli elementi cardine sia delle rinnovate ambizioni del Vietnam che dell' "inversione di rotta" delle politiche economiche statunitensi che hanno avvicinato le due Nazioni al punto che oggi perseguono un obiettivo in comune, quello prioritario per il Vietnam: entrare a pieno titolo nel WTO. Il 31 Maggio 2006, Vietnam e USA firmano un accordo bilaterale di “accessibilità” ai Mercati locali. In altri termini gli USA accolgono il Vietnam quale business partner “alla pari”. Tale accordo è stato ratificato a Washington il 13 Giugno 2006 con l’introduzione nella Legislazione americana del Vietnam Permanent Normal Trade Relations status (“PNTR” in PDF). Dalla ratificazione del PNTR il Vietnam ha un nuovo potente alleato. Un alleato pronto a farsi garante e a discutere con il suo nuovo partner i termini di accesso al WTO durante un Breakfast meeting a Washington organizzato il 27 Giugno 2006, allo scopo di presentare i benefici dell’entrata del Vietnam nel WTO.

Si può parlare ancora di vie di fuga?

Vietnam e USA evidenziano come la globalizzazione e la liberalizzazione dei Mercati segni il passo tra due modi di vedere e fare commercio. Gli interessi nazionali sono oggi, più di ieri, direttamente dipendenti dal grado di liberalizzazione offerto/garantito dal WTO. Il WTO è il cuore pulsante dei Mercati emergenti e questi ultimi sono il punto di riferimento dei Mercati occidentali, le cui strategie sono state riadeguate in funzione dei primi. Oggi le due Realtà globali sono interdipendenti: l'una non può prescindere dall'altra. Nel corso dell'ultimo triennio il business delle Grandi Aziende occidentali si è progressivamente spostato verso oriente, con investimenti diretti sia sulle infrastrutture che sui servizi. Intere città cinesi, thailandesi, indiane hanno goduto e godono dei benefici di questi partners, segnando mutamenti nelle culture e nelle politiche dei Paesi in cui l'interazione Occidente/Oriente è "vita quaotidiana". Si produce ad Oriente per importare in Occidente. Era una realtà dieci anni fa, lo è a maggior ragione oggi. Un'evoluzione che non si è mai arrestata e che la liberalizzazione dei Mercati ha di fatto accelerato. Eppure in questi giorni, a Ginevra "e dintorni" si mettono le mani avanti. Si accenna, neanche poi tanto velatamente, a "vie di fuga" nel caso in cui l'intero "castello" crolli sulle sue fondamenta a causa dell'Agricoltura (nel senso più ampio del termine) e degli interessi locali dei Paesi occidentali che tra sussidi, appalti, investimenti è fonte di un giro di denaro che muove troppi interessi perché si conceda lo spazio di manovra necessario per superare la crisi. Il capo espiatorio? L'Europa e le sue Barriere commerciali. Il grande accusatore? Gli USA, nuovo Grande Alleato dei G20. E l'Europa che fa? Tira le somme mettendo sul piatto della bilancia le alternative conseguenti al fallimento. Cercando vie di fuga improponibili in un Mercato globale segnato dall' "effetto domino" delle interdipendenze: crollo io, crolli tu e tu e tu. A Ginevra si punta ad una "dichiarazione d'impegno" per il raggiungimento dell'intesa necessaria a preservare quanto di buono è stato fatto negli ultimi anni, e a fatica considerando bruschi stop come quello della Conferenza ministeriale sul negoziato agricolo di Hong Kong del 2003. Entro il mese entrante l'intesa deve essere raggiunta ad ogni costo. Questa è l'unica cosa che hanno ben chiara tutti i Paesi che fanno parte del WTO. Il fatto che qualcuno remi controcorrente potrebbe complicare un pochino le cose.

Alessandro Mirri - The Intruder News

2 Comments:

Mario Pulimanti said...

Provengo dall’associazione Gioventù Studentesca (GS), condivido da sempre le idee di Comunione e Liberazione (CL) -il movimento ecclesiale fondato da don Luigi Giussani-, sono un ex allievo salesiano di 51 anni e sono un abitante del Lido della Città Eterna. Rientro a casa dal lavoro e sono seduto su un caldo sedile di un vagone della Roma-Ostia. Socchiudo gli occhi, perso nelle mie riflessioni. Sarà il caldo di questa serata estiva di luglio, sarà perché lavoro al Ministero dell’Agricoltura, ma ad un tratto mi trovo a pensare…all’agricoltura biologica. Questo tipo di agricoltura, molto a cuore all’attuale Ministro Paolo De Castro, non utilizza sostanze chimiche (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi...) e organismi geneticamente modificati, i cosiddetti OGM. I metodi di coltivazione sono naturali: selezione di specie rustiche, resistenti alle malattie; rotazione delle colture (non si coltiva continuamente la stessa pianta, impedendo ai parassiti di ambientarsi); piantumazione di siepi e alberi che, oltre a ricreare il paesaggio, danno ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e sono una barriera per possibili fonti d’inquinamento esterno; coltivazione in parallelo di piante sgradite l’una ai parassiti dell’altra; uso di fertilizzanti naturali, come il letame; incorporazioni nel terreno di piante appositamente seminate, come trifoglio o senape. In caso di necessità, si difendono le colture con sostanze naturali vegetali, animali o minerali: estratti di piante (come il piretro, che deriva da una pianta erbacea), insetti utili che predano i parassiti, farina di roccia o minerali naturali (rame e zolfo). Tuttavia mentre ragiono, sono arrabbiato e a disagio con me stesso, sentimenti che non avevo mai patito prima di essermi chiesto perché solo ora, in una nazione come la nostra, culturalmente ricca di tradizioni, ambiente e paesaggio, invece di preservare la qualità e di migliorarla anche attraverso nuove opere di promozione, che ci avrebbero già consentito da tempo di raggiungere nuovi mercati, come ad esempio la Cina, facendoci fare passi avanti in termini qualitativi, offrendo prodotti di altissima qualità a consumatori sempre più esigenti, al contrario per molti anni non si è attribuita la debita importanza agli aspetti concernenti il potenziale produttivo, le misure di mercato, la promozione e la competitività del settore agroalimentare. In ogni modo, prima non mi ponevo il problema della qualità dei cibi e sebbene quello fosse un modo un po’ arido di vivere, per certi versi non era da disprezzare, si evitava almeno di sprecare tempo nel chiedersi se quello che mangiavi fosse cibo genuino o no, per gli dei! In ogni modo, dopo un lungo periodo dove l'agricoltura era considerata la cenerentola dell'economia ed era trascurata da tutti anziché essere riconosciuta per quello che effetivamente è, ovvero l'economia primaria, e veniva considerata semmai un peso da sopportare e supportare, noi consumatori abbiamo ricominciato a dare attenzione alla qualità del cibo, a considerare la provenienza dei prodotti che assumiamo, cercando sempre di più di conoscere, verificare e controllare i nostri alimenti. Ma è soprattutto ora, e principalmente grazie al Ministro Paolo De Castro, che sembra che l'Italia non stia più tentando di copiare gli USA, ma stia cercando, invece, di tracciare una propria strada di agricoltura di qualità, garantita e controllata. Certamente non potremmo mai combattere contro la possibilità produttiva degli Usa e di altri grandi stati ma saremmo lo stesso in grado di combattere e vincere sulla qualità che abbiamo e che non dobbiamo tenere nascosta, come se ci vergognassimo di averla. Oggi, come va giustamente affermando De Castro, l'agricoltura chimica, l'agricoltura massificata sta per fortuna arrivando al capolinea, l'agricoltura concepita come una fabbrica dove si trasformano delle materie prime sta dimostrando sempre più i suoi limiti e la sua insostenibilità. Del resto l'agricoltura non sarà mai assimilabile ad una fabbrica ma è un lavoro delicatissimo di equilibri su forze viventi. Ecco. Dopo queste disquisizioni agro-filosofiche-culinarie sono giunto a casa. E’ ora di cena e metto, finalmente, le gambe sotto il tavolo dopo una lunga giornata di lavoro, lasciandomi avvolgere dal suadente canto e dalla luce -una luce fiorente- che emettono gli spaghetti cacio e pepe che ho davanti a me. Ma, ad un tratto mi blocco pensando se un po’ di OGM non sia per sbaglio finito dentro il mio piatto. Questo contribuisce ulteriormente alla mia sensazione di disagio e contrarietà, ma mi blocco lo stesso senza protestare, cercando dentro di me una risposta al terribile quesito. Del resto sono stato io stesso a chiedermi se effettivamente nell’agroalimentare si sta favorendo lo sviluppo delle imprese che hanno reale potenzialità competitiva, assicurando la necessaria tutela sociale alle fasce più deboli, senza dimenticare, comunque, i diritti di noi umili consumatori. Mia moglie Simonetta è seduta davanti a me, i nostri occhi si incontrano in uno sguardo di divertita intesa, come quando qualche anno fa ridevamo davanti alle buffonesche esagerazioni dei nostri due figli Gabriele e Alessandro. “Contenta?” le dico “Ora cosa facciamo?” l’apostrofo, sforzandomi di sembrare comico e riuscendo solo ad apparire rabbioso. Rabbioso e stanco. Lei non reagisce comunque alla durezza della mia voce. Probabilmente non ha capito niente, penso. Accanto a sé ha il piatto con i resti del cibo che non ha finito. “Non metterci tanto impegno da dimenticarti di mangiare quella roba”, la ammonisco. “Dammi retta”. Ottengo in risposta solo un altro cenno distratto e mi arrendo. “Io mangio, Simonetta. Sarà comunque una cena lunga”. E una notte ancora più lunga, aggiungo tra me… pensando a quello che ho mangiato… ma ho una consolazione: sarà con tutta probabilità l’ultima notte che passerò a riflettere su quello che ho mangiato a cena. Da domani, infatti, verrà data maggiore importanza alla qualità dei cibi, come del resto ha anche consigliato il Ministro Paolo De Castro alla sua collega spagnola Elena Espinosa, ministro spagnolo dell’Agricoltura, nell’ambito degli incontri bilaterali sulle riforme UE per ortofrutta e vino e sul dossier mediterraneo per la pesca, affermando che sia in Italia che in Spagna sta cambiando la domanda dei prodotti e che la responsabilità di loro Ministri dell’Agricoltura è proprio quella di calibrare l’offerta in modo compatibile con la richiesta dei consumatori, con un occhio di riguardo proprio alla qualità ed al pericolo che potrebbe provenire dai cibi prodotti con alimenti scadenti. Adesso vado a dormire. E, nonostante la speranza di cibi qualitativamente migliori, sono triste pensando alle popolazioni del terzo mondo che non hanno nulla da mangiare, nemmeno i prodotti non biologici. Poso, allora, un braccio sulle spalle di mia moglie e mi addormento all’istante. Mario Pulimanti (Lido di Ostia –Roma)

20 luglio, 2006 13:35  
AD Asia Manufacturers said...

Grazie, sig. Pulimanti, per l'approfondito commento che ha voluto aggiungere a questo post.

Obiettivo di questo spazio è proprio quello di creare un luogo di scambio di idee/informazioni e ogni contributo è ben accetto, anche se, come in questo caso, si discosta un po' dai contenuti del nostro blog.

21 luglio, 2006 14:17  

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